
Dedicato
(viaggio con amico)
I vicoli della Ramblas assomigliano a quelli di Genova, in fondo le città di mare sono tutte uguali: un porto, gente di tutti colori, merci, soldi e spazzatura, odore di pesce e di vacanze. Leggero mistero nell’aria. La lussuria della povertà, odore di promesse.
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Il tutto mi suonava come molto familiare, giuro, solo per questo ti ho detto: “seguimi ti porto in giro io” e tu ora mi stai inveendo contro perché ci siamo persi ed è già buio. Io volevo solo fare un ultimo giro, mi sembrava un’idea carina e suggestiva fare i turisti alternativi a quest’ora, non è colpa mia se ci siamo persi, ti ho mai detto che il mio senso dell’orientamento fa schifo? D’altronde sono un sacco le cose che non ti ho detto di me. Ma adesso che fai? Perché mi sbatti contro il muro? Hey muchacho a te la luna piena mischiata con la sangria fa male. Ah, è solo perché è meglio nascondersi da quei tipi loschi che stanno arrivando? Hey muchacho ma chi è l’uomo qui? Sei tu che mi devi difendere sai…ma che fai scappi?
Mi trascini per un polso come fossi un sacco di patate e mi stai ancora gridando di tutto mentre corriamo a perdifiato, ci infiliamo nel primo localino aperto che troviamo, all’interno fumo, odore di fritto e un chiacchiericcio sommesso di sottofondo misto a risate sguaiate… facce locali, sembriamo lontani dalle normali rotte turistiche, ci scambiamo un’occhiata di assenso: è perfetto per noi, ci fermiamo qui. Ci sediamo e ordiniamo: paella e sangria. Ho il polso viola e a te duole la mano. Tra un bicchiere di sangria e l’altro riesco a farti dimenticare lo spavento. C’è persino un pò di musica improvvisata.
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E adesso che fai muchacho? Vabbè che la spagnola del tavolo accanto è stragnocca nonché scosciata e, permettimi, un tantino azzoccolata, ti concedo anche che in suo confronto sembro la figlia di Fantozzi ma potresti guardarmi negli occhi quando ti parlo invece di guardare il suo culo. No, così sai, solo per amicizia, solo per educazione. Ma tu sei brillo e la spagnola ti sorride. Mi abbracci sull’onda dell’entusiasmo e dici che è stata un’ottima idea fermarsi in questo locale. Rifletto sul fatto che i punti di vista sono solo banderuole esposte al vento dei desideri, cambiano alla velocità della luce. Mi guardo intorno cercando anch’io la mia banderuola ma racimolo solo il sorriso sdentato del cameriere cesso, così per disperazione mi metto a guardare le foto che hai fatto nel pomeriggio, le dispongo sul tavolo e le accosto a rotazione tra di loro, assaporo i dettagli, cerco di cogliere l’anima di ognuna.
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Mi piacciono quelle che hai fatto al tramonto accanto alla Sagrada Famiglia, i colori sono caldi come i volti della gente che hai ripreso, passanti, turisti, anime inquiete accanto a un simbolo indecifrabile. La Sagrada Famiglia è decisamente il mio monumento europeo preferito, a chiamarla chiesa non riesco, è qualcosa di più: un'assurda e improbabile forma dell’anima.
Se dovessi trovare degli aggettivi per descriverla forse li dovrei inventare, oppure accontentarmi di definirla travagliata, seducente, eccessiva, sfacciata, romantica. Insomma è come vorrei essere io. Quando salii per la prima volta sulle sue torri provai un’emozione grandissima, Barcellona ai miei piedi scintillava nel tramonto e io da lassù, da quell’assurda montagna mi sentivo la signora della più sfrenata fantasia. Domani ti ci porto muchacho, sempre ammesso che tu non ti perda tra le curve della spagnola stanotte.
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Ma che fai? Le racconti barzellette in italiano adesso? In dialetto? Ma quanto ti ho fatto bere? Rido, non riesco a smettere. Cerco il cameriere sdentato per chiedere dov’è la toilette ma incontro lo sguardo di un dio greco, i suoi occhi di velluto sono pugnali per l’anima e le sue labbra un potente richiamo, è la copia perfetta di Joaquin Cortès o è solo il frutto del mio delirio? Mi sorride e sto già camminando ad un metro da terra, ovviamente nella sua direzione. Lui appoggia una mano sulla mia spalla e mi invita a ballare, ringrazio mentalmente Dio di avermi creato donna ma quando oramai sono a pochi centimetri da lui e sento già il suo profumo che sovrasta quello della paella un’altra mano mi porta via, tirandomi proprio dal mio povero polso viola indolenzito, cazzo che male, mi volto e sei ancora tu che mi dici: “E’ tardi sarà meglio andare altrimenti domani dormiamo tutto il giorno” ma come, proprio adesso?
No dico, finchè flirtavi con la spagnola gonfiabile tutto O.K. e adesso che sto pezzo di figo mi considera (si si lo so, lo so, deve essere ubriaco per considerarmi ma non continuare a ripetermelo, non sei carino) tu mi porti via? Ma io invoco la par condicio! Perché gli uomini devono avere il complesso di Tarzan anche con le amiche?
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Ma tu finalmente mi guardi negli occhi (il culo della spagnola deve essere lontano si vede) e io non so proprio resisterti… “O.K. andiamo…”
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Il giorno dopo ci attende, assolato, limpido, luminoso e assolutamente troppo rumoroso per il nostro epocale mal di testa. Aspirine e caffè e siamo già fuori. La tua macchina fotografica mi irrita e vorrei spaccartela sulla testa, ma più perfida di Crudelia Demon sorrido e ti dico che sei adorabile, occhi dolci. In effetti adoro le tue foto ed è solo per questo che sopporto quella macchina, però mi sta sul culo il fatto che tu non mi abbia ancora fatto una foto ma abbia sprecato ben un rullino per quel vecchio rugoso…che avrà più di me? Tu rispondi: “le rughe” e io, come una stupida, ti perdono.
La giornata è una pellicola che vedo scorrere troppo veloce davanti a me, fotogrammi dell’anima che rimarranno impressi a casaccio per sempre, come sempre.
Tu che rifiuti categoricamente di venire a dimostrare in favore dei diritti dei tori davanti all’arena alle “cinque de la tarde” prima della Corrida de Toros, ti dici assolutamente d’accordo con me ma aggiungi che vorresti passare il week end senza finire in un pronto soccorso straniero. Io insisto. Tu resisti. Io insisto. Tu resisti. Mi proponi in alternativa la visita ai giardini di Gaudì, troppo banale non cedo, visita a un museo, non cedo, visita ai giochi d’acqua delle fontane nel parco reale, non cedo, visita girando alla cazzo infilandosi in qualsiasi posto possibile e inimmaginabile e comprando cose assurde, cedo: non potevi dirmelo subito?
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A una bancarella mi compri un libro di poesie in spagnolo e mi scrivi una dedica sulla prima pagina:“Non servono tante parole per sognare” ti riferisci al mio scarno spagnolo baby? Il nostro vagare ci vede oramai padroni indiscussi della Ramblas e di altre zone che neppure avevamo mai visto sulla cartina (forse perché l’ho dimenticata in albergo) e alla fine tra il sorriso di un bambino e quello di un vecchio siamo quasi felici, forse perchè sentiamo che il nostro sorriso è esattamente in mezzo a quei due e si nutre di loro, solo di loro, per accendersi ancora.
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Grazie per la vacanza e per avermi fatto immaginare ancora. E ricordati che voglio le foto, anche quella che mi hai fatto mentre dormivo.